la setta dei poeti estinti

I reading della Setta dei Poeti Estinti

I reading dei Poeti estinti – nati dalla famosa “setta” magistralmente raccontata ne L’Attimo Fuggente – sono ormai una consuetudine. Ogni due settimane o poco più ci incontriamo, libro alla mano, e si legge e si discute di letteratura. Per scaramanzia, – nel timore che il progetto non funzionasse – fino ad ora non ne abbiamo mai scritto. Ma adesso è giunto il momento.

Il primo incontro ai primi di luglio fu a tema libero: ci siamo ritrovati grazie all’annuncio dato sui social presso il piazzale della Società geografica di Villa Celimontana a Roma, ciascuno con un libro sotto braccio. Ci siamo riconosciuti così. Splendeva un sole bellissimo e piacevole. Ci hanno fatto compagnia Gianni Rodari, Dino Buzzati, Tomasi di Lampedusa, Maxence Femine, Coleridge, e gli “epitaffi” di Spoon river.

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Il linguaggio perduto

Quello che nella nostra letteratura ormai è andato perduto è tanta parte dell’attenzione certosina verso il linguaggio. La scelta delle parole, la finitura della sintassi, in un colpo d’occhio: la lentezza della cura. Certo, si tratta di impressioni. Nulla di verificabile né di scientificamente accertabile, ma il mondo “sociale” del web, degli hastag e – più in generale – di una produttività ossessionata dalla crisi e dalla fretta di comparire, hanno imposto una cultura della velocità quasi industriale anche nella scrittura e nella scelta dei romanzi. I libri di poco valore – vedi i romanzetti di Fabio Volo e compagnia bella – sono sempre esistiti, quindi non ci riferiamo a quelli. L’impressione però è che anche i grandi scrittori (o quantomeno quelli pubblicati dalle grandi case editrici) abbiano ormai perso la capacità, il tempo e la possibilità di cesellare il linguaggio, di intarsiare la parola, di far macerare la ricerca dell’espressione più corretta. Al punto che Manganelli, Buzzati, Ceronetti, Calamanderi, Vassalli, Pirandello (per citarne solo alcuni), sono ormai scrittori fuori moda, dimenticati anche dall’eco mediatica che – soprattutto da parte dei grandi gruppi editoriali – viene concentrata altrove: su chi vende in modo facile, gli harmony della letteratura, quelli che in altri tempi non avremmo trovato in bella vista sugli scaffali di importanti librerie.

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Tre recensioni “facili”, i miei primi libri del 2014

Siamo a metà del primo mese del 2014 e sono già a quota due libri e un racconto lungo. Tre opere capaci di lasciare il segno, ciascuna a modo suo.

Un bellissimo novembre, di Ercole Patti (Bompiani)

La banda Sacco, di Andrea Camilleri (Sellerio)

Ferragosto addio! di Luca Ricci (Einaudi/ebook)

La prima – Un bellissimo novembre – riporta indietro il lettore agli anni dell’adolescenza, quando ancora non si era stati inquinati dalla banalità del mondo, dall’assenza di grandi prospettive, dalla sfiducia strisciante verso il prossimo e l’amore era una scoperta agrodolce. Il tutto nella cornice di Catania, descritta da Patti nei minimi particolari, tanto da avere l’impressione di aggirarsi lungo via Etnea o più giù, verso la Marina.

Il secondo libro è una delle migliori opere lette negli ultimi anni. Confesso anche che è stata la prima di Camilleri cui mi sia avvicinato (in genere fuggo gli scrittori “commerciali”). L’opera racconta la vicenda realmente accaduta della famiglia Sacco – tutti contadini – che per prima, nel 1920, in Sicilia si ribellò alla mafia. In un’epoca in cui le forze dell’ordine e le istituzioni erano “maffiose” per semplice impotenza e mancanza di mezzi – meglio piegarsi che soccombere – e dove i giudici aggiustavano sentenze e ossequiavano i disonesti, credere nella giustizia era più una scommessa che una certezza. Tant’è che da onesta famiglia di contadini quali erano, la famiglia Sacco si ritrovò ad essere additata come “la banda Sacco”. Il tutto raccontato dalla penna di Camilleri che trasmette quel sapore di dialetto.

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La mia anima ricalca Bukowski

La mia anima ricalca Bukowski. E forse arriverà il giorno in cui mi stancherò di tutto e invece di rincorrere deciderò di vivere. Di lasciare che le mie sensazioni prendano possesso di me. Mi invadano come terra sconfitta. E mi permettano di sentire, avvertendo il mondo sulla pelle, la vita negli occhi, il vento sulle caviglie,

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Nella mia stanza

libriNella mia stanza ho talmente tanti libri che la loro presenza mi conforta. Un po’ come la religione – forse molto meglio, o forse ne sono anch’essi uno strumento – non ti fanno sentire mai solo. Sono una sorta di fede nelle potenzialità espressive e artistiche insite nel genere umano. Ogni libro è un trattato di scienza sull’uomo che guarda l’uomo. E’ una storia d’amore dello sguardo con il mondo. Quasi fossero loro – i libri – l’ultimo spazio vero in cui l’uomo riesce a esser tale, lasciando da parte il cinismo gelido e viscido – come neve sporca – che spesso ci si attacca ai piedi, alle caviglia e su su fino all’anima. 

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