la setta dei poeti estinti

Il linguaggio perduto

Quello che nella nostra letteratura ormai è andato perduto è tanta parte dell’attenzione certosina verso il linguaggio. La scelta delle parole, la finitura della sintassi, in un colpo d’occhio: la lentezza della cura. Certo, si tratta di impressioni. Nulla di verificabile né di scientificamente accertabile, ma il mondo “sociale” del web, degli hastag e – più in generale – di una produttività ossessionata dalla crisi e dalla fretta di comparire, hanno imposto una cultura della velocità quasi industriale anche nella scrittura e nella scelta dei romanzi. I libri di poco valore – vedi i romanzetti di Fabio Volo e compagnia bella – sono sempre esistiti, quindi non ci riferiamo a quelli. L’impressione però è che anche i grandi scrittori (o quantomeno quelli pubblicati dalle grandi case editrici) abbiano ormai perso la capacità, il tempo e la possibilità di cesellare il linguaggio, di intarsiare la parola, di far macerare la ricerca dell’espressione più corretta. Al punto che Manganelli, Buzzati, Ceronetti, Calamanderi, Vassalli, Pirandello (per citarne solo alcuni), sono ormai scrittori fuori moda, dimenticati anche dall’eco mediatica che – soprattutto da parte dei grandi gruppi editoriali – viene concentrata altrove: su chi vende in modo facile, gli harmony della letteratura, quelli che in altri tempi non avremmo trovato in bella vista sugli scaffali di importanti librerie.

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